Diario, Linguae

Offese e riappropriazione

Because the n-word is deeply rooted in African-American history, Eminem cannot use it to mean “survivor,” no matter how integrated he is in the Black culture that is hip-hop. More generally, because Eminem is white, he cannot subvert the n-word as non-derogatory, as Black hip-hoppers can with each other. Only the in-group members that the slur was originally intended to target can perform this “normative reversal.”

in italiano:

<<Poiché la parola ‘n*gro’ è profondamente radicata nella storia afroamericana, Eminem non può usarla per intendere ‘sopravvissuto’, non importa quanto egli si sia integrato nella cultura tipicamente nera dell’hip-hop. Più in generale, poiché Eminem è bianco, non può sovvertire la parola ‘n*gro’ in senso non offensivo, come i rapper neri fanno tra di loro. Solo i membri interni al gruppo verso cui l’insulto era diretto possono compiere questa riappropriazione in senso normativo.>>

fonte: The Conversation

Glossa:

Per la proprietà traslativa della regola pragmatico-sociolinguistica qui sopra riportata quindi, anche il caso di un termine storicamente offensivo come ‘frocio’ ne trova applicazione. Mettiamo per esempio una qualunque persona eterosessuale o che in ogni caso non si identifichi con il concetto corrente di ‘omosessuale’, che in una conversazione usi il termine ‘frocio’ per riferirsi al suo migliore amico omosessuale; costui/costei sarebbe da censurare, in quanto non appartenente alla categoria sociale che storicamente ricevette il termine come offensivo, non potendolo perciò usare per riaffermare quella tale identità. Insomma, seppure questo ipotetico personaggio si trovi integrato nella comunità omosessuale e questa gli/le riconosca il diritto di usare il termine offensivo, da un punto di vista etico ciò non lo/la autorizzerebbe ad utilizzare l’epiteto ‘frocio’; questo per il semplice ed evidente motivo che non ci si può riappropriare di un’offesa che non abbiamo mai subito, attraverso la quale non si è mai sofferto. Mettiamola così: un frocio è solo un frocio agli occhi di chi lo chiama frocio. Insomma, la regola di cui sopra si applica a tutti quegli insulti e ingiurie a varie gradazioni di intensità che colpiscono una qualsiasi categoria sociale o umana.

 

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Diario

Paralipomeni a Lady Susan

prima decade di dicembre – negazione

Forse questo articolo non vedrà mai la luce perché a poco più di un mese dalle presunte sedute di laurea non conosco il mi0 destino accademico – se debba compiersi, interrompersi o sfumare semplicemente in un nugolo di carta straccia. A prescindere da tutto ciò, anzi proprio perché non so con certezza la finaccia che farò, voglio pubblicare almeno un lavoro che mi ha tenuto sulle spine e tolto il sonno da luglio a novembre: la mia tesi di laurea. Così, se mai mi trovassi a dover rinunciare al titolo, posso dire comunque di avere dispiegato tutte le mie forze per portare a termine qualcosa.

Parlando francamente: di tesi non ha altro che la forma, la sostanza invece non è altro che una lunga accozzaglia di fatti storici, linguistici e letterari presi a caso e messi insieme in modo ancora più casuale. Insomma, questa tesi è stata scritta soprattutto con l’obiettivo principale di uscire una volta per tutte dal giogo dell’università; nessuna sperimentazione o idea innovativa sta dietro l’intero scritto.

Ma come sono riuscito a dare un’apparenza logico-formale a questo caos? Ebbene, mi sono inventato una teoria secondo cui attingendo da un’oscura branca della pragmatica linguistica si possono analizzare opere letterarie (quindi prodotti di finzione) come se fossero testimonianze spontanee e non rielaborate secondo certi parametri. Sia chiaro che non ho assunto alcuna sostanza stupefacente per arrivare a congetturare uno schema tanto *sboppiace quanto inutile; vi sono arrivato solo attraverso la lettura di una quantità di studi accademici più o meno polverosi e dimenticati da dio scovati in silenziosi angoli di biblioteche reali e digitali. Un punto a favore di questo lavoro è stato infatti lo sviluppo di un accurato e dettagliato metodo di ricerca bibliografico, e scusate se è poco.

21 dicembre – rabbia

sto andando a prendere le correzioni della bozza, vediamo la sorte cosa ci riserverà; ma più che della sorte ho paura della relatrice.

11 gennaio – compromesso

seduto alla scrivania, ho ricevuto l’imprimatur dalla relatrice, indi per cui mercoledì stamperò la versione corretta della tesi e gliela consegnerò al ricevimento. la discussione si terrà tra 11 giorni precisi, il 22 gennaio a metà mattinata; la seduta dovrebbe cominciare alle 9 e io sono il settimo della lista. ma non ho ancora detto a nessuno che è stata fissata la data. penso che per l’annuncio al grande pubblico aspetterò mercoledì, dopo aver avuto conferma dalla professoressa in persona. ho un minimo dubbio che ancora tutto può andare storto. ma non posso confessarlo, no?

aggiornamento al 14 gennaio – depressione

finita la tragedia, la benedizione rassicurante della relatrice si materializza in queste parole: ‘ci vediamo il 22, adesso si rilassi e guardi la televisione’. Ah, ignorance is bliss. Tutti quei chilometri qua e là lungo la Nomentana, Via XXI aprile, Piazza Bologna, Via Carlo Fea e dentro le anguste e altissime finestrone che si aprono sul prato interno, per che fare? A che furono? Per chi ora valsero le interminabili code e fogli e firme e attese e risate e sguardi di traverso e intorbidimenti viscerali? Nulla ne rimane; sfugge il senso di tanto affanno.

venerdì 22 gennaio – accettazione

una mattina di ghiaccio e un nervosismo che non sono riuscito a controllare hanno caratterizzato tutta la mattina. prima che me ne rendessi conto ero fuori nel giardino di villa mirafiori a bere e attaccarmi alla bottiglia. per fortuna c’erano i miei amici (purtroppo non tutti) che cercavano come potevano di tirarmi su e tranquillizzarmi. ovviamente ora che sono tornato a casa, beatamente consapevole infine che non dovrò più ritornare in quel posto, ore di attesa e porte chiuse (metaforiche e non), sono più tranquillo. il mio giardino mi dà pace, ma è come se le nuvole sorridessero troppo, di un sorriso forzato, finto: il nichilismo che mi abbattè dopo aver finito la triennale si prepara di nuovo all’orizzonte.

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