Diario, Lettura

Dopo “la stanza di Jacob”

È inerte l’aria in una camera vuota: appena un gonfiarsi di tenda, un impercettibile moto dei fiori nel vaso. Una fibra scricchiola nella poltrona di vimini, benché nessuno si sia seduto.

Finalmente ho terminato il primo scritto modernista della Maestra, impiegando non poca fatica per terminarlo, anche se si tratta di un centinaio di pagine. Il romanzo, sebbene di azione ce ne sia pochissima, ha avuto bisogno da parte mia, di una ricerca in rete di qualche aiuto nell’approfondimento della sua ricezione, sebbene qualche idea me la sia formata autonomamente. È uno di quei novel che ha bisogno di una seconda lettura, e anche di una terza, per iniziare a capirne il senso. Perché fin dalle prime righe il testo ricopre il lettore di tutto il suo senso, che perbacco! deve sbrogliare tutta la rete di significati impiegando tutte le sue risorse intellettive. Ma non è proprio questo lo scopo e l’estetica del modernismo: convincere il lettore a un’attività creatrice quale costruire il senso o rinunciare e lasciarlo fuggire di fronte alla complessità?jacob's room cover

La vita di un giovane appartenente a una famiglia che potremmo definire borghese – Virginia non avrebbe potuto descrivere altra classe sociale – viene costruito da uno sguardo esterno narrante, il quale inoltre appunta lo sguardo di altri nomi-personaggi assolutamente casuali su di lui. Come ben detto nell’introduzione, questo continuo fluttuare di sguardi altri e propri noi lo conosciamo, per esperienza diretta o sentito dire, nella nostra tradizione letteraria grazie a Pirandello. Ma non è neanche questo specchio molteplice che mi interessa personalmente, perché in fondo, questa è stata la grande lezione e scoperta che ci ha lasciato il Novecento: ognuno porta una maschera di fronte all’altro, e convenientemente spesso di fronte a se stesso. La relatività generale è un punto assodato.

Quello che invece cattura l’attenzione è il rovescio di tale verità, l’universale dell’osservazione, il gusto puro e semplice della descrizione, che ognuno potrebbe enunciare. Frammentata scomposta e accidentata, certo, ma sempre gli occhi sono i protagonisti; che appartengano a Virginia Woolf o alla mia amica Z, ognuno ha i suoi occhi per dire il mondo. Mi sorprende ancora, e mi intristisce non poco, che talmente pochi esseri umani, approfittino di questa capacità e si dedichino ad altro per tutta la vita. Così, la stanza di Jacob è in realtà la stanza di ognuno di noi, in cui sono contenute lettere, libri, fogli e tutti i segni di un’esistenza che prima o poi passerà. Ma finché dura, perché non provare a raccontarla?

[Aspettavo da tempo un ritorno di Virginia Woolf nel mio cuore, ed eccomi qui; inizia da un nuovo orizzonte l’Adorazione dei suoi testi. Ora che mi sono riconosciuto in lei non me la lascerò sfuggire, malattia permettendo. Ritorno ad amare dell’Amore vero, realmente eterno, che a differenza di quello nei confronti dei mortali esseri umani per quanto sia indispensabile provarlo, non perisce né si oblia col tempo, ma si sviluppa, cresce, può diminuire, ma non cade mai nell’oblio perché creato da noi stessi nei confronti di essenze. L’unica corrisponenza d’amorosi sensi immortale è quella che creiamo con la letteratura.]

Annunci
Standard
Reblog

Commento: sui caproni

quest’articolo nasce da un commento non lasciato sotto l’articolo in calce, poiché come al solito da una frase mi è partito un periodo intero, a cascata, che poi non si è più fermato poiché si sono aggiunti altri argomenti che mi preme esternare. Dunque l’articolo parla della prima prova della maturità di quest’annata 2017 [io sono vecchio stile, per me è ancora un ‘esame di maturità’, e non ‘di stato’]. Ma mi contraddico: di maturo, a diciotto/nove anni non c’è proprio nulla riguardo l’educazione intellettuale, che forse potrebbe non maturare mai. Dunque, il punto di vista è il seguente:

il dramma dei caproni

ebbene. quando facevo la maturità io, nel lontano 2008, gli studenti leggevamo eccome. di malavoglia, sotto minaccia di debito o bocciatura, ma leggevamo. e a distanza di anni abbiamo nonostante tutto bei ricordi, anche divertenti, di quelle letture imposte dai professori. cos’è cambiato nel frattempo? è cambiato il fatto che oggi gli studenti si sentono in diritto di criticare su tutto e su tutti, pur non avendo gli strumenti per farlo. noi non eravamo così dieci anni fa: se un compito ci era assegnato lo portavamo a termine senza fiatare. magari allungando il collo e bisbigliando imploranti al vicino di banco se potevano darci un aiutino, ma non contestavamo le scelte dei professori, anche perché se andavamo a lamentarci con qualche adulto, costoro davano ragione ai professori, non a noi brufoli ambulanti. il nostro compito era imparare da chi ne sapeva un po’ più di noi. certo, allora i professori ne sapevano davvero più degli studenti, pur con tutti i loro difetti di carattere. ma è sempre stato tipico dell’adolescenza la ribellione sistematica contro tutto e tutti.

ricordo che alla maturità venne fuori per l’analisi del testo una poesia di Montale. e chi ci era arrivato a leggere le poesie di Montale? a malapena avevamo studiato Pascoli in un soffio! ma, ahinoi, o forse fortunati noi, non avemmo un pubblico su internet che ci dava ragione quando tornammo a casa lamentandoci perché dell’autore non conoscevamo un fico secco di cui scrivere. al massimo i genitori ci rassicuravano come potevano e s’andava avanti a preoccuparsi della seconda prova (una versione di Luciano sui compiti dello storico, che non fu una passeggiata al mare). oggi con la vasta rete a disposizione si giudica chiunque in qualsivoglia modo, a seconda di come uno si sveglia la mattina; in poche parole si apre bocca e gli si dà fiato, e né la scuola né la famiglia insegnano i ventenni a disciplinare le parole. ecco perché oggi gli adolescenti sono diventati veri e propri caproni.

Standard
Lettura

Su Katherine Mansfield

Come my unseen, my unknown, let us talk together

Questa è la frase che Virginia sceglie per presentare Katherine Mansfield, una grandissima scrittrice sua contemporanea. Sfogliando le pagine virtuali del Common Reader ci si imbatte appunto in questo saggio sulla qualità della scrittura di Mansfield, famosa soprattutto per i racconti brevi che recentemente sono stati pubblicati in un’edizione bella, economica e ben curata (lo dico apertamente, sono un fan esagerato della Newton Compton).

Quando lessi per la prima volta i suoi racconti non rimasi particolarmente affascinato, se non da due o tre racconti particolari, tra cui The Garden Party. Poi lessi il suo diario, e malgrado le sconsideratezze di quella particolare edizione riuscii finalmente ad afferrare quello che Virginia dice a proposito del processo di scrittura di Katherine: non si finisce mai di trovare ragioni profonde per quello che si scrive. Mai soddisfatta del risultato, anche dopo aver raggiunto un certo successo, a Katherine sembrava di aver appena grattato la superficie rispetto alle possibilità linguistiche e agli scenari narrativi che avrebbero povuto prendere corpo nella scrittura.

Mi pare di non esagerare nell’affermare che Virginia e Katherine insieme sono l’apice letterario del Novecento inglese; le loro voci sono così necessariamente permeate nell’opera letteraria per il fatto che la loro scrittura di fiction non aveva nulla di fittizio o verosimile: erano le loro vite medesime che stavano scrivendo su quelle pagine. (Negli scritti di oggi, di questi anni, non riesco a trovare nulla di tutto ciò, nulla che non m’appaia spremuto a forza da una radice velenosa; è anche vero che non riuscivo a leggere altro che fumetti, ma questo era un effetto collaterale della malattia in fase acuta che abbatte ogni forza intellettiva oltre che fisica. Poi, dopo l’ultima siringata di remicade, ecco risalire l’umore e la voglia di Bellezza.)

Primo esempio: la descrizione della barista in Je ne parle pas français:

Madame is thin and dark, too, with white cheeks and white hands. In certain lights she looks quite transparent, shining out of her black shawl with an extraordinary effect. When she is not serving she sits on a stool with her face turned, always, to the window. Her dark-ringed eyes search among and follow after the people passing, but not as if she was looking for somebody. Perhaps, fifteen years ago, she was; but now the pose has become a habit. You can tell from her air of fatigue and hopelessness that she must have given them up for the last ten years, at least. . . .

La grandezza di un letterato credo sia questo: dalla forma ella ricava una storia, da una posa, da un gesto ella crea e modella un personaggio completamente umano.

Un secondo passaggio che stavolta riguarda la voce narrante:

Do you believe that every place has its hour of the day when it really does come alive? That’s not exactly what I mean. It’s more like this. There does seem to be a moment when you realize that, quite by accident, you happen to have come on to the stage at exactly the moment you were expected. Everything is arranged for you—waiting for you. Ah, master of the situation! You fill with important breath. And at the same time you smile, secretly, slyly, because Life seems to be opposed to granting you these entrances, seems indeed to be engaged in snatching them from you and making them impossible, keeping you in the wings until it is too late, in fact. . . . Just for once you’ve beaten the old hag.

Una riflessione tanto semplice e tanto umile che si alza sopra l’umanità a coprirla tutta quanta: delicatamente virtuoso, questa riflessione s’inserisce nella scena quotidiana del bar che commuove solo a raffigurarsi la scena.

Ma ancora oltre, un terzo passaggio dove la Bellezza arriva agli occhi del lettore su una frase luminosissima:

the “short winter afternoon was drawing to a close,” as they say, and I was drifting along, either going home or not going home, when I found myself in here, walking over to this seat in the corner. […] Suddenly I realized that quite apart from myself, I was smiling. Slowly I raised my head and saw myself in the mirror opposite. Yes, there I sat, leaning on the table, smiling my deep, sly smile, the glass of coffee with its vague plume of steam before me and beside it the ring of white saucer with two pieces of sugar. I opened my eyes very wide. There I had been for all eternity, as it were, and now at last I was coming to life. . . .

E tutto il racconto continua su questa linea d’oro, scivolando da descrizioni delle figure e delle cose che circondano la voce seduta al bar per poi ritrovarsi a raccontare i pensieri che quelle cose e persone ed eventi ispirano al protagonista. È una prima persona che l’autrice veste come si vestono dei costumi di scena: la scena in questo caso è la Vita, che qualche volta delude e qualche volta regala, alle ‘menti di prima categoria’ che sanno coglierli, momenti di intenso splendore. Talento come quello di Katherine Mansfield accade una volta ogni millennio.

Standard
Lettura

La ragazza di Bube

Mara conosce l’amore nei panni del partigiano Bube. Era una semplice quindicenne d’importanza mediocre nella famiglia, oscurata dalla presenza-assenza di Sante, il fratello maggiore trucidato dai nazisti; ma nelle quattro parti del romanzo, nelle duecento pagine del racconto Mara cresce, non solo anagraficamente, ma cambia talmente tanti stati d’animo, nel giro di poche righe che al torno di due pagine la vediamo abbandonare quello che era e diventare un’altra persona, una ragazza – oggi diremmo adolescente – poi una donna, il cui spirito cresce intorno alla figura presente-assente di Bube. Il fratello fantasma, il padre politicamente zelante, Bube l’amore misconosciuto e Stefano il filosofo: sono figure maschili quelle a causa o grazie a cui Mara si trova a cambiare se stessa. L’altro maschio, seppur vicino o lontano, forza la natura di ingenua ragazzina e la trasforma, cambiandone lo stato da libera a impegnata, nei sentimenti, nel lavoro e in politica. Ma Mara non viene sopraffata dalla volontà degli uomini: ella possiede in se stessa, già all’inizio della storia, una potente indipendenza acerba che grazie alle figure che le ruotano attorno – e quelle femminili: la madre, la cugina Liliana e l’amica Ines, sono tanto più patriarcali degli uomini – trova nella seconda parte del libro la forza e le ragioni di determinarsi: sceglierà da sola il suo percorso, dopo averlo attentamente considerato in toto, accogliendone le amarezze come le felicità.

Le descrizioni paesaggistiche nella secca prosa del narratore onnisciente acquistano una rarefatta bellezza. La storia della protagonista tocca gli argini, i torrenti, i boschi, le colline, le prode, le campagne, gli orti e le propaggini dei monti di uno specifico lembo di terra toscana, e tutto il paesaggio, seppur presente in brevissimi schizzi, partecipa alla sua storia. Il sole e la pioggia, indifferenti elementi naturali, dicono la verità sulle emozioni di Mara più delle poesie che l’innamorato Stefano le scrive. Non c’è nulla di ottocentesco, nulla di sbiaditamente romantico nel paesaggio metafora dell’animo di una ragazza in evoluzione: come l’animo di Mara è in continuo movimento e cambiamento, così è la natura tra Volterra e Colle. Una stagione rifulge, poi giorno dopo giorno il crepuscolo si abbrevia e la notte arriva presto, così che l’amore di Mara con i suoi turbamenti possa trovare libero sfogo. Il titolo è sapientemente fuorviante: la protagonista non è la ragazza di Bube; la protagonista è Mara.

Standard
Diario, Reblog

Il sesso cos’è

cvjczngw8aanqvr

Mi sento preso in causa da questo articolo dell’Huffington Post Gay Voices per il fatto che l’autore e editore del blog scrive un’apologia del sesso libero incolpando il machismo da cui prende forma la visione ristretta e taboo che in genere la maggior parte delle persone ha sull’argomento sesso; personalmente mi ritengo in tutto e per tutto d’accordo con le motivazioni dell’autore sebbene partendo da assunti empirici del tutto opposti: generalmente non mi piace fare sesso e non la ritengo un’esperienza talmente eccitante da poter sostituire una pausa-pranzo, per dirne una.

Mi si potrebbe obiettare: ‘e allora come fai ad abbracciare l’opinione di Sempronio?’ Per iniziare, perché appoggio ogni discorso che cerca semplicemente di abbattere i pregiudizi sul sesso che tuttora in certi strati della società viene concepito come un’esperienza sporca e di cui vergognarsi. John vuole fare sesso con Mario invece di mangiare un piatto di pasta per pranzo? Riccardo preferisce passare una serata all’opera piuttosto che nei locali a cercare di rimorchiare? Buon pro gli faccia.

Quello che cerco di dire è che le società patriarcali hanno sempre diffuso lo stigma sia verso la libera pratica sessuale sia verso la non-pratica sessuale, poiché tali pratiche sono facce opposte di una sola libertà: quella che ha come punto di partenza disporre del proprio corpo fuori dalle pratiche che la società detta attraverso istituzioni, stampa e mezzi di comunicazione su cosa le persone dovrebbero fare della propria pelle e dei propri sensi.

I primi colpiti e quindi discriminati dalle pratiche istituzionali sono lavoratori e lavoratrici sessuali che scelgono liberamente di svolgere questo mestiere e che sono i veri rivoluzionari di questi tempi, poiché nonostante le proibizioni non sottostanno alle regole di moralismo che vietano di fare dell’orgasmo una professione; inoltre, essi ribaltano completamente la tradizionale funzione del sesso spostandola dalla concezione veterofascista del ‘mettere su famiglia‘, che non è altro che semplice prosecuzione della specie, alla funzione originaria di ‘piacere vitale’.

Caso di studio: me stesso. Nella mia esperienza non sono mancate occasioni di fare sesso a caso, fortunatamente senza alcun senso di colpa ma con qualche pudore di cattolica ascendenza, purtroppo; in qualche caso le ho pure colte; alla fine sono state avventure divertenti che non mi hanno lasciato nient’altro che qualche macchia sulla maglietta; allo stesso modo non mi è mancata l’occasione di stare in coppia, ma alla lunga i gesti per raggiungere l’orgasmo si ripetevano – il che dopo un po’ diventava routine, e ciò mi annoiava; c’è da dire inoltre che questa fissità e ripetitività non è stata un caso isolato. Per non parlare della sensazione sgradevolissima di dover rendere conto dei miei spostamenti a qualcuno che non fosse la mia coscienza – ma questo è un altro discorso.

Probabilmente il problema è mio e consiste nel fatto che non mi accontento, oppure c’è qualche turba psicosessuale che non ho approfondito. Non sono facile da accontentare, e forse ho sbagliato tutto; dovrei mettermi più in discussione, lasciarmi andare, bla bla bla. I forse si moltiplicano all’infinito, come in tutte le storie individuali: e proprio per il fatto che ci sono tanti sessi quanti sono le combinazioni possibili tra individui, e questo computo non si limiti ai rapporti monogami, ci si renderà conto che, fermo restando le regole di rispetto reciproco e onestà, non c’è un modello prestabilito o più giusto per quanto riguarda la sessualità adulta, ma singolarmente – voglio dire ogni individuo, ciascheduno – deve poter avere la libertà di sapere e decidere come costruirsi un percorso sessuale sano e soprattutto senza sensi di colpa o vergogna.

Possibile che adesso mi sembri una banalità dirlo? Fare sesso per il solo piacere di farlo e con persone sempre diverse – anche nell’arco di un giorno – non dovrebbe costituire motivo di discriminazione o dileggio; così come non farlo affatto con nessuno mai e in nessuna circostanza non dovrebbe esserlo. E questo per un motivo molto semplice: perché non sono affari vostri. Non è il vostro pene o la vostra vagina a esercitare così tanti/pochi rapporti sessuali, quindi il vostro parere in merito conta meno di un parere sull’estensione vocale di un cantante a un congresso di neuroscienze. In ogni caso, probabilmente fare sesso con persone diverse ha più senso del farlo sempre con la stessa persona per tutta la vita.

Tornando al mio caso, nessuno dei due modelli – sesso libero e sesso monogamo – mi calzava a pennello così ho deciso di non seguire alcun modello e di non cercare di fare sesso a caso, né di avventurarmi alla ricerca del pene incantato che mi calzi a pennello come la scarpetta di Cenerentola – follie! follie! L’eternità non fa per me, perciò mi pare giusto che io e il sesso andiamo ognuno per fatti nostri. Per questo, quando, sollecitato, ho confessato a più di qualcuno dei miei amici di non desiderare particolarmente fare sesso né cercare qualcuno con cui instaurare una qualche sorta di relazione, sono stato segretamente biasimato, come se avessi detto bizzarrie fuori dal mondo; mi ha molto colpito la loro reazione, soprattutto perché rende l’idea di quanto l’ideologia del sesso perbene e ordinato secondo regole stabilite da non si sa chi sia radicata nella collettività e di quanto il sesso libero – o nel mio caso il disinteresse verso di esso – sia percepito come anormale o meritevole di gogna.

Ma c’è da introdurre una novità nel paradigma. Con i venti di cambiamento che spirano nel mondo civile, in particolare con l’estensione del diritto al matrimonio anche agli individui omosessuali nel segno della libertà conquistata, sta dilagando un certo tipo di borghesizzazione dei costumi. C’è da fare delle precisazioni: si tratta infatti di ‘estensione’ di un istituto di diritto civile che ha una storia antichissima quanto travagliata. Per il fatto che il matrimonio è un’istituzione antica quanto la cosiddetta civiltà europea esso è così esistenzialmente potente che infonde della sua storia gli strati sociali che lo abbracciano. Perciò a mio parere non sono le persone LG(BTQ+) che hanno dato un nuovo volto al matrimonio, né come temono cattonazisti e conservatori vari esso ‘verrà distrutto nelle sue fondamenta dalle masse di invertiti’ [permettetemi questo epiteto, ho appena finito di leggere Proust per la seconda volta e adoro questo termine].

Piuttosto, grazie all’attrattiva che la sedimentazione plurisecolare di usi, costumi, modi e tradizioni invischiatisi intorno ad esso esercitò sulle categorie maggioritarie all’interno del movimento, L e G, il matrimonio ha reso la sigla LGBTQ+, monca dell’appoggio di tutte le altre categorie sessuali e di genere non-conformista (BTQ+) una parentesi di trascino, una coda di cometa la cui unica visibilità e funzione negli ultimi anni è stata quella di dare colore alle parate dei vari cortei di giugno nelle città del mondo.

Il punto centrale del problema è che l’intera sigla LGBTQ+ non si è mai chiesta, di concerto con tutte le sue componenti umane, se conquistare il diritto a sposarsi, il più vessato dei diritti civili eterosessuali, fosse un autentico passo verso l’emancipazione sociale; il fatto che in moltissime nazioni gli omosessuali sono ancora perseguitati e uccisi è una prova del fatto che al bivio di fronte a libertà di costumi e matrimonio si è scelto di assimilare il secondo, e invece vi si è stati assimilati per la forza storica dell’istituzione che accennavo, invece che creare le condizioni favorevoli per lo sviluppo delle prime. Come spiega bene quest’articolo, con la conquista del diritto di sposarsi e di conseguenza entrati all’interno della logica borghese che ha per centro d’irradiazione l’istituto matrimoniale, uno degli effetti collaterali è stato quello di discriminare coloro che stranamente – per questo ci chiamiamo queer – non vogliono saperne di sposarsi né di trovare partner finché morte non li separi, né di concepire bambini. Gli omosessuali sposati sono i nuovi eterosessuali della vecchia tradizione: se non ti sposi e vuoi continuare a stare da solo e (non) fare sesso con sconosciuti a caso hai qualcosa che non va. Importante a questa altezza storica quindi è che le sigle LGBTQ+ di tutto il pianeta diventino così perspicaci da cogliere le istanze di tutti coloro che all’interno di essa con l’istituto del matrimonio, con tutti gli effetti che esso comporta, non vogliono avere nulla a che fare, e rendere tali istante oggetto di battaglie civili. Abbracciare la causa di lavoratori e lavoratrici del sesso per esempio povrebbe essere un buon punto da cui ripartire.

L’articolo di Michelson in fondo sta dicendo proprio questo: quando la smetteranno la società e chi ci vive di giudicarmi per quello che faccio con le mie gonadi, dato che non reco violenza a nessuno? Tenetevi il vostro sesso romantico, pre-matrimoniale, in camera da letto, cosparso di petali di rose; non ci tengo a saperne niente. E di conseguenza: quando la smetteranno di perseguitare chi vende il sesso – attenzione, non il corpo! – fintantoché chi lo vende esercita liberamente il mestiere e non vi è costretto da magnaccia? Ciò che evidentemente manca è la consapevolezza che vendere sesso a pagamento è esercitare un mestiere, nel senso più ordinario del termine: un muratore che lavora otto ore al giorno non sottopone e presta forse il proprio corpo alla volontà e alle necessità di coloro per cui lavora? Un libero professionista qualunque non mette forse a disposizione dei propri clienti i suoi talenti? Certo, gli sforzi che un lavoratore del sesso e un muratore sostengono non sono precisamente gli stessi – d’altra parte neanche panettiere e muratore comparativamente – ma il principio in gioco è lo stesso: quando le ore lavorative sono finite e i conti sono saldati, il muratore e il lavoratore del sesso si riappropriano del proprio corpo conducendo vite del tutto indipendenti da quelle dei loro clienti. Finita la prestazione lavorativa, ogni corpo va per la sua strada. E se rispettiamo il lavoro del muratore, dell’arredatore o del buttafuori, perché non dovremmo rispettare quello di chi vende sesso? Contrariamente a quanto il pensiero dominante vuole indurci a credere, chi più chi meno, tutti facciamo sesso; epperò alcuni non ne sentono il bisogno affatto o di frequente, ma questo non conferisce a te, merda deambulante su due zampe, il diritto di discriminarmi o sminuirmi come persona. Come afferma Michelson, il valore di una persona nel senso più completo del termine va ben oltre l’impiego che fa dei suoi genitali.

Aggiungiamoci il fatto che a causa di una ben precisa crohnicità per me il sesso è come un tabù che costantemente dev’essere violato se voglio apparire ‘normale’ agli occhi degli altri. Ma ho sempre avvertito questa scossa, quando si tratta di sesso: forse avevo previsto già negli anni adolescenziali del risveglio ormonale che un fatto segreto ed energico come un pompino sarebbe stato una mèta da raggiungere invece che un tranquillo diversivo in un pomeriggio cittadino? Era imbattibile infatti quella pudica sensazione di stare per compiere un rito cui vi avevo accesso così di rado, per questo me lo presentavo, all’atto della creazione insieme all’altro, come un sacrificio necessario sull’altare della relazione affettiva. Ma qui mi sbagliavo: a volte un pompino è solo un pompino, e la chimica, l’ardore meraviglioso che si provano nel processo non servono ad altro che ad accrescere le nostre difese immunitarie. Lo dico perché ne sono convinto.

Sogno un mondo in cui l’educazione sessuale nelle scuole pubbliche viene a sostituire l’ora di religione e gli adulti, liberati dal senso della vergogna, godano di orgasmi spensierati ed eletti, ad alta voce.

Aggiornamento al 6/10:

Sono passati due mesi e mi sono sempre più convinto che l’amore e il sesso libero sono la risposta a quasi tutti i problemi. In questi giorni si tiene il sinodo sulla famiglia; tenuto da un branco di maschi celibi e senza famiglia; che discutono dell’opportunità di perdonare il resto del mondo che è felice di fare sesso a piacimento. C’è qualcosa che non va nel contenuto referenziale di questa frase, non credete? Allora: o la smettiamo di dare importanza ai vescovi e all’istituzione religiosa, oppure continuiamo a restare oppressi dal silenzio. Il sesso non è silenzio, è comunicazione rumorosa, scambio di vibrazioni e corrispondenza d’erotici sensi. Non mi sento di gioire per un singolo coming out all’interno delle schiere dei preti – e non outing, come ignorantemente dicono i giornali italiani -, gioirei invece se tutti i preti omosessuali facessero coming out. Quello che rende vincente la politica cattolica è l’omertà e il silenzio che avvolge questi temi, come si sente dire molto spesso da parte di quegli omofobi dei però, che dicono ‘ho molti amici gay però quello che fanno non si deve dire’. Non per niente oggi sul Fatto Quotidiano nell’intervista a un vescovo toscano, questi affermava riguardo al coming out del teologo polacco che ‘certe cose è meglio farle passare sotto silenzio’: sii gay, ma in silenzio. Ormai non si possono più ribellare contro l’esistenza stessa dell’omosessulità, non possono più chiamarci invertiti senza subire gravi contraccolpi d’immagine; quindi che si faccia pure, ma parlarne mai! E non è forse il metodo finora tenuto dalle alte sfere? Si taccia! Così è successo al cugino di mia nonna, come a tanti altre persone, oggi anziane o che non sono più, le quali a causa alle esperienze adolescenziali nei collegi gestiti da preti e suore sono rimasti traumatizzati dalle violenze subite. E questo non me l’hanno raccontato altri, è un’esperienza che in famiglia mi fu raccontata da mia madre, ma che non viene ripetuta per rispetto di nostro zio, ormai ottantenne. Queste persone cresciute nel clima collegiale cattolico hanno costruito in seguito la loro famiglia su bugie e repressione: mio zio tradiva sua moglie, e la poverina a sua volta è stata costretta a subire più di cinque aborti. Che belli i valori tradizionali, eh? L’esempio che ho vicino mi mette bene in guardia dal prendere la faccenda alla leggera; e ho scelto di condividere una parte di storia privata della mia famiglia perché chi legga sappia comprendere il sottotesto che le metafore evangeliche dei prelati nascondono.

Infine cos’è meglio? Silenzio che reprime o sesso fine a se stesso che libera? Fate sesso, non fatelo: la scelta dovrebbe essere la vostra, e di nessun altro.

Io l’ho fatta, quella scelta: ho deciso di parlare liberamente di ciò che la maggior parte della gente ha timore o vergogna di rivelare: che vorremmo fare sesso almeno quanto mostriamo di saperne parlare. Perciò forse è il caso che se ne parlassimo spesso praticheremmo quella che si chiama evocazione dello spirito santo, dove lo spirito santo è proprio la materia molle che per voluttà si desta dal sonno. Imbarazzatevi pure a parlare di sesso, ma voglio annotare un pensiero bizzarro: J. K. Rowling nella saga di Harry Potter dice per bocca del grande Silente che ‘la paura di un nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa’: mai verità fu più vera. Perciò voglio applicare questo principio allo spirito dei tempi come massima etica e morale: parliamo di sesso, delle sue forme e delle sue mancanze, delle sue sostanze e delle sue trascendenze; ma parliamone francamente, come se fosse una cosa normale. Ah già, in effetti lo è.

Standard